O la trattativa o niente. Lipari e la Sicilia come notizia di serie B

Dopo tre giorni la notizia resuscitò. Non per fare paragoni – per carità – con le Cinque Terre. Noi dell’isola siamo, giustamente, isolati ma fa impressione aspettare tre lunghissimi tre giorni per vedere scritto sui giornali nazionali la notizia del disastro di Lipari. Ha voglia il cielo di aprire tutta la bottoniera e fare cadere pioggia. Tutta una dannazione addosso alla testa. Dalle nove e mezzo del mattino, fino a mezzogiorno e mezzo. Come è successo sabato scorso. Col risultato di vedere arrivare il fango fino al collo dei liparioti. Non gliene fotte niente a nes-su-no.
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Dopo tre giorni la notizia resuscitò. Non per fare paragoni – per carità – con le Cinque Terre. Noi dell’isola siamo, giustamente, isolati ma fa impressione aspettare tre lunghissimi tre giorni per vedere scritto sui giornali nazionali la notizia del disastro di Lipari. Ha voglia il cielo di aprire tutta la bottoniera e fare cadere pioggia. Tutta una dannazione addosso alla testa. Dalle nove e mezzo del mattino, fino a mezzogiorno e mezzo. Come è successo sabato scorso. Col risultato di vedere arrivare il fango fino al collo dei liparioti. Non gliene fotte niente a nes-su-no.
Può scoppiare tutta la polemica possibile (scoppiasse pure!), finirà che se la racconteranno e se la giocheranno tutta in Sicilia la questione. Ci sono almeno trenta milioni di danni a Lipari. Cominceranno pure con la carta bollata. Gli amministratori s’incatenezzeranno davanti al Parlamento di Roma per fare quello che si dovrà fare ma – come dice Roy Paci – questa di Lipari sempre “emergenza di serie B” resterà. Ed è così perché in Continente – nei grandi quotidiani, nei telegiornali e nei pensosi Ballarò di questa mentula – tutto ciò che riguarda le vicende consumate al di sotto del faro di Messina si risolve in sbadiglio.
Se fa notizia, fa breve. O resuscita dopo tre giorni. Sabato, domenica e lunedì. Praticamente siamo aranci di ‘nterra, frutta caduta buona per fare concime e fare il pittoresco ad uso altrui. E se non ci fosse stata la mano benedetta di San Bartolomeo, patrono dell’Isola, che ha dato il tempo ai ragazzi della scuola di andare tutti nel secondo piano – mentre al primo si spalmava il fango – se non ci fosse stata la Madonna dell’Annunziata, tutto il costone crollato sotto l’acqua – quella montagna di discarica abusiva – avrebbe fatto di pietra pomice ogni testa di cristianuzzu allagato.
Ci vuole la messa in sicurezza, la nostra scimitarra è lo sciamarro, o pala piccone che dirsi voglia per farsi largo tra i detriti ma, intanto, la cosa più sicura è che di sicuro la Sicilia è come messa in camera di sicurezza. E’ in isolamento, appunto. Dimenticata nel frattempo che un suo fantasma, più spendibile, viene messo in mostra nell’eterno pendolo di mafia e anti-mafia e fa figura in forma di pupo interessantissimo, sempre interpellato in virtù di trattativa Stato-Mafia, di mitologia, di ideologia, di fumisteria o di un Cesare Mori, per fare un esempio – il prefetto di Ferro – raccontato ancora ieri a Rai Uno, trasfigurato in una sorta di santo dell’antifascismo al punto che già immaginiamo come trasformeranno la tessera del Fuan di Paolo Borsellino nel prossimo film, come minimo ne faranno un militante di Autonomia operaia, giusto per assecondare la poetica della Sicilia romantica e antagonista nel frattempo che quella vera, quella di ogni giorno, viene declassata a scassamento di scatole dall’Italia con la puzza al naso che se ne fotte perché – ripetiamolo pure – della Sicilia vera non gliene fotte ni-en-te a nes-su-no. Meno che meno, meno che mai, ai siciliani.
Perché ne abbiamo avute di storie incredibili, in Sicilia, che avrebbero dovuto far gridare, non proprio all’indignazione, ma all’or-ro-re!, l’Italia e giusto quella con la puzza al naso. A cominciare dal singolare caso del Governatore uscente e mai andante indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, e però capace di farsi un’antimafia tutta personale nella sua satrapia locale, con i suoi Massimo Russo, magistrato anti-mafia, i suoi Beppe Lumia, l’anti-mafia in lotta contro l’altra anti-mafia (quella di Leoluca Orlando) e così via, fino a raccogliere adepti di copertura da un martirologio che il pudore ci impone di preservare dalla parola pubblica perché, come la pioggia, caduta nella trappola della Sicilia reale, la vicenda non fa notizia e purtroppo non resuscita.